LA STORIA "NON" INSEGNA
“La storia non insegna…”.
Ce lo testimoniano le tragedie che quotidianamente devastano la vita di milioni di uomini e donne.
Ma questo lapidario assunto andrebbe esplicitato meglio… :
“La storia insegna, ma solo per chi ha orecchie per ascoltare”.
No, non è un articolo sulla questione mediorientale, sulla guerra preventiva o sulle atrocità che contraddistinguono i regimi di ogni tempo, noi abbiamo la fortuna di poter discutere di arte e di passione in un paese pressoché libero.
Voglio parlare di come le dinamiche delle relazioni umane siano sempre le stesse, da che l’uomo ha preso coscienza di se stesso, e di come a volte, soprattutto in campo artistico, la voglia di emergere dalla massa possa metter un fratello contro l’altro, un figlio contro il padre…
La curiosità è una delle molle più forti dell’animo umano e mi ha portato a chiedermi come si sia arrivati all’attuale costellazione di maestri, coreografi e scuole di danza e di ballo che popolano la realtà della capitale.
Negli ultimi 8 anni, avendo avuto la fortuna di frequentare alcuni tra i “padri fondatori”, ho avuto modo di ricomporre alcuni tra i tasselli di un grande puzzle…
Al principio erano veramente in pochi i cultori della musica latino-americana, e se è vero che “meno siamo meglio stiamo…”, circolavano anche pochi soldini intorno ai pochissimi locali che si avventuravano in questo nuovo mondo.
Quindici e venti anni fa avreste visto gli ormai oggi famosi maestri e coreografi andare l’uno a braccetto dell’altro e sperimentare, se non addirittura imparare in amicizia l’uno dall’altro ciò che oggi viene rivendicato come un proprio ed esclusivo prodotto intellettuale.
E che fine ha fatto quell’allegra combriccola di cubani, portoricani, venezuelani, colombiani ed italiani, che amavano ritrovarsi e ballare quando ancora si poteva ascoltare questa musica suonata dal vivo?
Un amico molto saggio mi ricorda spesso che, come in ogni buon thriller, in campo artistico i testimoni della propria crescita professionale vanno eliminati e fatti sparire.
Il boom della musica latina, la capacità manageriale di alcuni, le coincidenze astrali, fatto sta che da amichevole fenomeno di aggregazione nato all’ombra della Festa dell’Unità o di manifestazioni come Caraibi Caribe, il ballo latino-americano a Roma divenne vero business.
Questo fattore, unito alla natura narcisista ed egocentrica di ogni ballerino hanno fatto si che i fratelli prendessero presto strade diverse, che gli amici di un tempo diventassero gli avversari di oggi, che i figli, artisticamente parlando, uccidessero metaforicamente i padri.
Ma quella vissuta a Roma in questo ventennio non è una storia esclusiva, queste dinamiche si ripetono da sempre, fanno parte dell’animo umano ed una grande Coreografa come Doris Humphrey, nata alla fine dell’800 e morta quasi 50 anni fa, le ha testimoniate e fotografate in parte nella sua opera “The Art of Making Dance”.
Ne sono una riprova gli immutati stereotipi del Giovane Ballerino e dell’Anziano Coreografo descritti in questo estratto dalla sua opera:
“L'indipendenza e la convinzione sono grandi qualità e dove mai si troverebbe l'umanità senza di esse? Gli americani, in special modo, hanno la Dichiarazione di Indipendenza inscritta nella loro storia e nel loro carattere, e io non ho dubbi che il nostro grande contributo alla danza sia derivato in primo luogo da questa straordinaria caratteristica. Ma ciò è conosciuto anche dai nostri detrattori come impulsività, arroganza e rozzezza. Dobbiamo ammettere che c'è qualcosa di giusto in questa critica, e che tali caratteristiche esistono nella danza non meno che altrove. È impossibile indicare esattamente dove l'indipendenza sfoci nell'arroganza; ma potremmo ipotizzare che succeda quando i giovanissimi, che appaiono promettenti ai loro superiori e sono solo in parte formati, si dichiarano artisti rifiutando altri consigli? O forse si sentono di fatto un po' esitanti e incerti ma l'ego li spinge a stare in piedi da soli anche a rischio della propria vita artistica. Considerando che ci vogliono dieci anni in media per formare un danzatore e quindici per un coreografo, una dichiarazione d'indipendenza molto prima di questi termini appare prematura. Io penso che non farebbe male a questi giovani ascoltare ancora e praticare un po' di umiltà. Ma si può facilmente commettere un errore in giudizi di questo tipo. La storia è piena di esempi in cui il giovane ha sfidato gli anziani e le loro tradizioni, vivendo abbastanza per dimostrare di avere avuto ragione. Tuttavia, in generale, non si ascolta abbastanza e c'è troppo egocentrismo e questo riguarda non solo i giovanissimi ma anche i coreografi più anziani che non possono ammettere, al loro livello di esperienza, che ci possa essere qualcosa che essi non sanno. Questi ultimi, per crescere, si sono dovuti basare su quel tanto di talento innato che possedevano, ma attualmente esiste una base teorica consistente che farebbero bene a esplorare.“
Della serie siamo tutti una razza...
L’antagonismo artistico, espresso sia nell’affermazione dell’individualità di un ballerino che di una scuola di ballo può far bene al nostro piccolo mondo del ballo romano, perché stimola la ricerca di nuove soluzioni.
A meno che questo non sfoci in una “guerra tra bande”, in uno sfrenato esibizionismo fine a se stesso, in atteggiamenti di chiusura o di autoemarginazione elitaria in serate super esclusive…
Basterebbe ricordarsi “tutti” che il ballo non è solo business, che dovrebbe UNIRE e NON DIVIDERE, un po’ come venti anni fa, e che ognuno può contribuire ad un grande disegno.
Fare un passo nella direzione dell’altro, del antico amico-nemico, senza aspettarsi necessariamente una risposta immediata, probabilmente farebbe sentire tanto più giovani alcuni di quei “signori” della salsa di oggi e farebbe tanto bene alla salsa Romana.
Sarebbe veramente interessante poter creare ampie sinergie tra scuole e maestri, senza farsi vincere dal timore di perdere quota di mercato, senza dover combattere per “rubare” allievi alla concorrenza.
Ma questo credo sia un modo tutto mio, probabilmente utopistico, di concepire la figura del “MAESTRO” e credo rimarrà solo un sogno…
Alla prossima e tanti saluti...
Fabio Spadaccia